Come si sconfigge il fascismo, oltre che con la violenza?
Con questa domanda, quasi un anno fa, avevo finito l’articolo sulla nuova “Edinost”, riportato anche in questo blog. E mi fu subito fatto notare che si trattava di una brutta domanda. Le obiezioni riguardavano soprattutto la parte riguardante la violenza, ma con questa distanza temporale credo di poterne rilevare almeno altre due: su cosa sia il fascismo e se è lecito pensare che il fascismo si possa sconfiggere. E su queste due domande infatti che si concentrerà il mio post di oggi.
Innanzitutto, è sempre bene ricordare che non v’è una definizione scientifica condivisa su cosa sia il fascismo e su quanto ampiamente possa essere applicato, anche per quanto riguarda il periodo fra le due guerre mondiali. Il dibattitto sull’oggi è ancora più acceso. Per rendersene conto, è sufficiente paragonare le due definizioni del fascismo su Wikipedia, quella italiana e quella inglese, dove quella italiana pone l’accento sul ruolo di Mussolini e dunque sul fascismo storico, mentre quella inglese dà una definizione più ampia di “ultranazionalismo autoritario radicale”. Di recente (2002,2014), lo storico inglese Kevin Passmore ha pubblicato una “breve guida al fascismo” in cui si concentrava soprattutto su quest’aspetto ultranazionalista. A differenza degli altri movimenti conservatori e reazionari, sostiene l’autore, ogni aspetto della vita dell’individuo è, nel fascismo, subordinato ai bisogni della nazione così come definiti dai fascisti stessi. Pertanto, la chiesa, la famiglia o persino l’esercito possono essere stimolati, ma non sono dei valori assoluti, da salvaguardare ad ogni costo, come avviene invece con i reazionari. Una definizione del genere però risulta tanto stretta da mettere in dubbio persino alcuni aspetti del fascismo mussoliniano come veramente fascisti.
D’altra parte per gli antifascisti, il fascismo viene spesso usato come un’offesa per ogni abuso di potere o prevaricazione. L’utilità di un’offesa come categoria di pensiero è sempre assai dubbia, ma personalmente trovo molto stimolante ragionare con categorie più ampie. Lo scopo di questo post non è quello di dibattere scientificamente la natura del fascismo ma cercare di far emergere alcune delle sue debolezze intrinseche. In questo senso, se nel calderone del fascismo finiscono anche gli altri partiti o movimenti dell’estrema destra, poco importa, fintantoché condividono le stesse debolezze.
Il problema principale per la classificazione del fascismo (o di un movimento come tale) sta nel suo rifiuto dell’eredità illuminista e della conseguente visione della politica come espressione della ragione. Il fascismo è “A e non-A”, nelle parole di Passmore, è una cosa e la negazione della stessa. Il fascismo si appella, e in questo non è certamente l’unico, soprattutto alle emozioni nella politica e, fra le emozioni che usa, la più importante è la paura.
Ci torno pure io a Carl Schmitt e alla sua idea dello stato di eccezione. Semplificando molto, Schmitt sosteneva che negli stati di emergenza l’esecutivo aveva il potere di trascendere lo stato di diritto per proteggere il bene comune. In questo senso, lo stato di eccezione è lo stato in cui il diritto è sospeso. La vulgata, soprattutto la vulgata nazista, arrivò presto alla conclusione che per demolire lo stato di diritto è necessario inventare le emergenze, e l’incendio del Reichstag ne fu l’esempio da manuale. Prima del manganello e dell’olio di ricino è necessario stimolare la paura di qualcosa o di qualcun altro per potersi presentare come protettori. E siccome il fascista non può ottenere il consenso attraverso la ragione, quando l’emozione non fa l’effetto, allora fa l’uso della coercizione. Di qui la necessità di apparire sempre forte. Anticipando qualche conclusione, credo che l’ostentare la forza sia una grande debolezza che vale la pena di esplorare.
Definito in modo così ampio, in ultima analisi come catalizzatore politico del lato oscuro dell’essere umano, è chiaro che il fascismo non può essere sconfitto, perlomeno mai del tutto e mai in modo che poi tutti vivano felici e contenti. Ma questo genere di sconfitta e vittoria appartiene, appunto, al mondo delle fiabe. Può, però, essere tenuto a bada, con o senza violenza. A questo punto, è possibile riformulare la domanda dell’inizio:
Quali sono le migliori strategie politiche per tenere a bada il fascismo?
Negli Stati Uniti, l’elezione di Trump ha spinto anche un liberale come Timothy Snyder ad occuparsi di un tema molto simile nell’opuscolo “Sulla tirannia. Venti lezioni del ventesimo secolo.” Snyder individua venti temi che distinguono i cittadini di una società democratica dai sudditi di una tirannia moderna e dunque, la sua “ricetta” per conservare la democrazia poggia sulla perseveranza delle virtù civiche dei singoli. Le virtù civiche repubblicane ai quali sostanzialmente aderisce Snyder erano nate però in un periodo storico in cui il suffragio era ristretto alle classi più abbienti, le quali, in virtù delle loro fortune, avevano anche il tempo da dedicare a determinate attività. Investigare e approfondire le notizie, cercare la verità e non credere a una fonte sola, sono attività fondamentali per l’esercizio democratico ma il tempo che richiedono può farle apparire un lusso per la maggioranza di persone anche quando l’accesso all’informazione è molto semplice. La coltivazione della vita privata, dei rapporti di amicizia estesi, delle chiacchere informali con persone che non appartengono alla nostra ristretta “cerchia” sono attività che, per convinzione personale se non altro, ritengo fondamentali per la sanità mentale, ma il ritmo delle nostre vite vi lascia sempre meno spazio. Infine, il coraggio, nell’essere diverso, nell’opporsi, nel rimanere retti nella propria etica personale e professionale fino a disobbedire, in ultima analisi anche ad ordini diretti quando si è sotto le armi, non solo dipende dalle circostanze ma è, purtroppo, una merce molto rara. Non v’è società o cultura, sembra, che non tenga il coraggio in altissima considerazione, ma questo fatto da solo basti per rendersi conto della sua scarsità.
Uno dei pilastri del fascismo è quello di considerarsi eroi (e idealmente, salvatori) cioè ultimi depositari del coraggio, l’élite guerriera. La falsità di questa autorappresentazione è chiara a chiunque abbia mai incontrato i fascisti in strada, aggressivi con i deboli e pavidi con i forti, ma sul scarto costitutivo fra immagine e realtà tornerò fra poco. Credo però che la politica antifascista in primo luogo non debba esigere l’eroismo da chi mobilita. Una certa dose di coraggio è sempre necessaria, soprattutto a chi promuove le iniziative e ci mette la faccia, ma la stessa mobilitazione dovrebbe essere funzionale a ridurre i “costi” dell’opposizione: di non dover temere le botte per una chiacchierata al bar o per aver espresso la propria opinione in un qualsiasi luogo pubblico. Le manifestazioni di massa servono anche a questo, a convincerci che dietro tante facce sconosciute non si cela un fascista ma persone come noi che, anzi, al fascismo si oppongono. Il fascismo, ricordiamoci, abita la paura, e si annida anche in quel minimo di apprensione che si ha di fronte a chi non si conosce, perlomeno non ancora.
E qui torniamo al “A e non-A”: Come fa, chi si considera eroe, a comportarsi da vigliacco e, al contempo, a seminare paura? Mi rendo pienamente conto di trovarmi di fronte ad una triplice contraddizione, che non credo sia falsa o inspiegabile. Nietzsche si rigiri nella tomba almeno quanto lo ha fatto per i nazisti, ma è l’ideale del superuomo, pervaso da una volontà assoluta e forte in ogni situazione, che muove queste contraddizioni. Non è possibile essere sempre forti come non si può vivere trattenendo sempre il respiro. Se si sceglie un’ideale irraggiungibile, è implicito che bisogna fingere. Se esiste un postulato del fascismo che i fascisti stessi non confesserebbero mai, questo sarebbe l’americano “fake it ‘till you make it” – fai finta di esserlo fin quando non lo diventi; poco importa se questa finzione è cosciente o meno. Per gli americani è una strategia che funziona, soprattutto nell’ambito dell’autostima, ma se accompagnato a obiettivi limitati e raggiungibili. Nei fascisti, invece vi sarà sempre lo scarto potenziale fra l’apparire forti ed esserlo, perché non è possibile esserlo sempre ed è sull’ampliare e soprattutto mostrare questo scarto che la politica antifascista dovrebbe concentrarsi.
Nei tempi bui come lo è il nostro, fingere di essere forti funziona perché di fronte a paure collettive ci sentiamo tutti deboli. Chi appare forte ci da sicurezza perché trasmette la sensazione che tutto andrà bene se lo seguiamo. Nel momento in cui il fascista non è il più forte sulla piazza, la fedeltà dei deboli andrà altrove. Per questo, il fascista necessita di affermare e dimostrare la propria forza in ogni occasione propizia, anche quando l’avversario non rappresenta alcuna sfida oggettiva. Deve fare paura per sentirsi forte ed è anche per questo che uno dei modi tradizionali per combatterlo consiste nel far ridere. La risata disinnesca la paura, che è l’emozione principale sul quale il fascismo si basa. Le paure fasciste però si muovono, come abbiamo visto, su due livelli: le prime sono le paure collettive sulle quali fa leva per attrarre consensi, e le seconde sono le paure che il fascismo stesso incute (manganello e olio di ricino, per capirci) verso chi non riesce ad attrarre nella propria orbita. E’ bene ridere del fascista, del manganello e del ricino ma è ancora meglio, quando possibile, ridere delle paure sulle quali basa la propria mobilitazione. E’ solo in quest’ultimo modo che il fascista ci appare per ciò che è: un codardo che cerca di presentarsi come eroe.
“La politica è la continuazione della guerra con altri mezzi” scriveva Foucault parafrasando Clausewitz, e questa frase ben si applica all’antifascismo, che non riconosce al nemico la legittimità dell’esistenza politica. Come in ogni guerra, anche la politica antifascista dovrebbe puntare a isolare il nemico, e il modo più facile per ottenere tale isolamento è mostrare, ogniqualvolta possibile, la vera natura del fascista: uno che finge di essere un eroe, si comporta da vigliacco e vive nelle stesse paure che cerca poi di diffondere.
Molta comunicazione antifascista, verbale o meno, viene rivolta verso gli stessi fascisti, ma se consideriamo la politica come guerra arriveremo presto alla conclusione che tale rivolgersi è del tutto inutile. Non ci si dovrebbe rivolgere ai fascisti in quanto nemici e non ci si dovrebbe rivolgere a loro in quanto strutturalmente incapaci di accettare la ragione ed un altro punto di vista. Soprattutto, non ci si dovrebbe rivolgere a loro perché, con ogni probabilità, negheranno anche ogni evidenza di ciò che non gli conviene.
Fascisti convinti non sono facili da persuadere. Proprio perché si basano sull’ostentare la forza, non riconosceranno mai le proprie sconfitte e le proprie debolezze, se non come frutto di azioni sleali della parte avversaria. Questo grado di menzogna, anzitutto verso se stessi, ha come risultato una straordinaria tenacia. Ciò che non uccide, fortifica, e ogni fascista desidera essere forte. Il fascista è sprezzante del pericolo, il fascista disprezza il diverso, soprattutto il diverso etnico o nazionale, disprezza la ragione, i fatti e disprezza il nemico. Il disprezzo è utilissimo per compiere le violenze. Il disprezzo è un modo ulteriore per rafforzare la tenacia. Disprezzare fino a deumanizzare il nemico scavalca gli istinti morali perché la vittima non è proprio come noi. Ma il disprezzo conduce a sottovalutare, ed essere sottovalutati è un vantaggio strategico.
Non sono uno storico del fascismo e tanto meno della seconda guerra mondiale. Potrei persino concedere che l’importanza dei movimenti di resistenza al nazifascismo sia stata sopravvalutata nel secondo dopoguerra in quanto forniva le basi di legittimità ai nuovi stati su entrambi i lati della cortina di ferro. Tuttavia credo che i metodi di guerriglia siano stati efficaci contro i fascisti perché funzionavano non soltanto all’interno della logica militare tradizionale, nel vincolare più truppe nemiche possibili ad un determinato territorio rendendole indisponibili al fronte, ma anche all’interno di una logica politica, nel dimostrare che i fascisti non erano i più forti, o perlomeno che non erano invincibili come volevano rappresentarsi. In questo senso, forse verrebbe la pena esplorare la trasposizione delle tecniche di lotta partigiana nella “guerra con altri mezzi” che è, appunto, la politica antifascista. Disimpegnarsi, passare inosservati e scegliere il campo di battaglia sono tattiche che, con un pizzico di fantasia, possono essere trasferite sul terreno politico. Sono tattiche che necessitano, in chi le pratica, di essere consapevoli e persino di rivendicare la propria debolezza. E questo è un punto che talvolta sfugge a chi pratica l’antifascismo in politica. Rispondere colpo sul colpo è una strategia idealmente giusta ma dev’essere commisurata alle risorse disponibili. Le persone che si vogliono mobilitare dividono il proprio tempo fra uno o più lavori, la famiglia, e, se sono fortunati, gli svaghi, e non è detto che l’interesse per la politica prevalga sempre su tutte queste attività. Credo invece sia più importante seguire quello che Che Guevara definiva come il principio fondamentale della guerriglia: che nessuna battaglia, campagna o lotta dev’essere combattuta se non la si può vincere. E in questo senso, in politica molto più che in guerra, bisogna prestare molta attenzione alla definizione dei propri obiettivi, che siano limitati e raggiungibili.
Rispetto alla guerriglia, vi sono meno necessità. Non bisogna trovare armi e munizioni e l’alimentazione, di solito, non è un problema. In politica, sembrerebbe vi siano più esigenze. I principali teorici della guerriglia del secolo scorso, Mao Zedong e Che Guevara avvertivano però entrambi della necessità, per un movimento guerrigliero, di collegare la propria lotta con quelle che sono le esigenze della popolazione locale. Se le paure che il fascismo causa possono essere contrastate con la politica antifascista, lo stesso non sempre vale delle paure di cui il fascismo si nutre. La paura di perdere il lavoro, o di non trovarne un altro, la paura di non potersi adattare ai tempi che cambiano o di essere in qualche modo “inadeguati” nella società del presente o in quella futura, sono tutte paure reali, che difficilmente scompariranno con una risata. Nella migliore delle ipotesi, queste paure e i grandi temi che le sottintendono dovrebbero essere perlomeno affrontati, se non risolti, dalla politica elettorale. Di questi temi la politica antifascista può anche fornire una propria articolazione, sicuramente deve svincolare le paure dalla ricerca di capri espiatori, e forse può persino abbozzare qualche proposta di soluzione ma non può, e nemmeno deve, offrire soluzioni generali. Credo che sia fondamentale riconoscere i propri limiti, tanto nella vita quanto in politica.
Non a caso “oltre la morte” è uno slogan fascista. Esso implica il non riconoscere alcun limite, nemmeno quello fisiologico principale, nel nome di una presunta superiorità ideologica, “razziale”, di volontà, e di forza. Ma l’ostentare la forza non solo rende il fascista prevedibile, gli preclude anche una serie di comportamenti naturali, come il mostrarsi deboli o chiedere aiuto. Non è certo la più grave delle disumanità del fascismo ma sono sempre più convinto che è quella che ne sta all’origine. E allora, se si potesse sconfiggere, basterebbe uno specchio, di fronte al quale ogni fascista potrebbe capire che è soltanto umano.
Innanzitutto, è sempre bene ricordare che non v’è una definizione scientifica condivisa su cosa sia il fascismo e su quanto ampiamente possa essere applicato, anche per quanto riguarda il periodo fra le due guerre mondiali. Il dibattitto sull’oggi è ancora più acceso. Per rendersene conto, è sufficiente paragonare le due definizioni del fascismo su Wikipedia, quella italiana e quella inglese, dove quella italiana pone l’accento sul ruolo di Mussolini e dunque sul fascismo storico, mentre quella inglese dà una definizione più ampia di “ultranazionalismo autoritario radicale”. Di recente (2002,2014), lo storico inglese Kevin Passmore ha pubblicato una “breve guida al fascismo” in cui si concentrava soprattutto su quest’aspetto ultranazionalista. A differenza degli altri movimenti conservatori e reazionari, sostiene l’autore, ogni aspetto della vita dell’individuo è, nel fascismo, subordinato ai bisogni della nazione così come definiti dai fascisti stessi. Pertanto, la chiesa, la famiglia o persino l’esercito possono essere stimolati, ma non sono dei valori assoluti, da salvaguardare ad ogni costo, come avviene invece con i reazionari. Una definizione del genere però risulta tanto stretta da mettere in dubbio persino alcuni aspetti del fascismo mussoliniano come veramente fascisti.
D’altra parte per gli antifascisti, il fascismo viene spesso usato come un’offesa per ogni abuso di potere o prevaricazione. L’utilità di un’offesa come categoria di pensiero è sempre assai dubbia, ma personalmente trovo molto stimolante ragionare con categorie più ampie. Lo scopo di questo post non è quello di dibattere scientificamente la natura del fascismo ma cercare di far emergere alcune delle sue debolezze intrinseche. In questo senso, se nel calderone del fascismo finiscono anche gli altri partiti o movimenti dell’estrema destra, poco importa, fintantoché condividono le stesse debolezze.
Il problema principale per la classificazione del fascismo (o di un movimento come tale) sta nel suo rifiuto dell’eredità illuminista e della conseguente visione della politica come espressione della ragione. Il fascismo è “A e non-A”, nelle parole di Passmore, è una cosa e la negazione della stessa. Il fascismo si appella, e in questo non è certamente l’unico, soprattutto alle emozioni nella politica e, fra le emozioni che usa, la più importante è la paura.
Ci torno pure io a Carl Schmitt e alla sua idea dello stato di eccezione. Semplificando molto, Schmitt sosteneva che negli stati di emergenza l’esecutivo aveva il potere di trascendere lo stato di diritto per proteggere il bene comune. In questo senso, lo stato di eccezione è lo stato in cui il diritto è sospeso. La vulgata, soprattutto la vulgata nazista, arrivò presto alla conclusione che per demolire lo stato di diritto è necessario inventare le emergenze, e l’incendio del Reichstag ne fu l’esempio da manuale. Prima del manganello e dell’olio di ricino è necessario stimolare la paura di qualcosa o di qualcun altro per potersi presentare come protettori. E siccome il fascista non può ottenere il consenso attraverso la ragione, quando l’emozione non fa l’effetto, allora fa l’uso della coercizione. Di qui la necessità di apparire sempre forte. Anticipando qualche conclusione, credo che l’ostentare la forza sia una grande debolezza che vale la pena di esplorare.
Definito in modo così ampio, in ultima analisi come catalizzatore politico del lato oscuro dell’essere umano, è chiaro che il fascismo non può essere sconfitto, perlomeno mai del tutto e mai in modo che poi tutti vivano felici e contenti. Ma questo genere di sconfitta e vittoria appartiene, appunto, al mondo delle fiabe. Può, però, essere tenuto a bada, con o senza violenza. A questo punto, è possibile riformulare la domanda dell’inizio:
Quali sono le migliori strategie politiche per tenere a bada il fascismo?
Negli Stati Uniti, l’elezione di Trump ha spinto anche un liberale come Timothy Snyder ad occuparsi di un tema molto simile nell’opuscolo “Sulla tirannia. Venti lezioni del ventesimo secolo.” Snyder individua venti temi che distinguono i cittadini di una società democratica dai sudditi di una tirannia moderna e dunque, la sua “ricetta” per conservare la democrazia poggia sulla perseveranza delle virtù civiche dei singoli. Le virtù civiche repubblicane ai quali sostanzialmente aderisce Snyder erano nate però in un periodo storico in cui il suffragio era ristretto alle classi più abbienti, le quali, in virtù delle loro fortune, avevano anche il tempo da dedicare a determinate attività. Investigare e approfondire le notizie, cercare la verità e non credere a una fonte sola, sono attività fondamentali per l’esercizio democratico ma il tempo che richiedono può farle apparire un lusso per la maggioranza di persone anche quando l’accesso all’informazione è molto semplice. La coltivazione della vita privata, dei rapporti di amicizia estesi, delle chiacchere informali con persone che non appartengono alla nostra ristretta “cerchia” sono attività che, per convinzione personale se non altro, ritengo fondamentali per la sanità mentale, ma il ritmo delle nostre vite vi lascia sempre meno spazio. Infine, il coraggio, nell’essere diverso, nell’opporsi, nel rimanere retti nella propria etica personale e professionale fino a disobbedire, in ultima analisi anche ad ordini diretti quando si è sotto le armi, non solo dipende dalle circostanze ma è, purtroppo, una merce molto rara. Non v’è società o cultura, sembra, che non tenga il coraggio in altissima considerazione, ma questo fatto da solo basti per rendersi conto della sua scarsità.
Uno dei pilastri del fascismo è quello di considerarsi eroi (e idealmente, salvatori) cioè ultimi depositari del coraggio, l’élite guerriera. La falsità di questa autorappresentazione è chiara a chiunque abbia mai incontrato i fascisti in strada, aggressivi con i deboli e pavidi con i forti, ma sul scarto costitutivo fra immagine e realtà tornerò fra poco. Credo però che la politica antifascista in primo luogo non debba esigere l’eroismo da chi mobilita. Una certa dose di coraggio è sempre necessaria, soprattutto a chi promuove le iniziative e ci mette la faccia, ma la stessa mobilitazione dovrebbe essere funzionale a ridurre i “costi” dell’opposizione: di non dover temere le botte per una chiacchierata al bar o per aver espresso la propria opinione in un qualsiasi luogo pubblico. Le manifestazioni di massa servono anche a questo, a convincerci che dietro tante facce sconosciute non si cela un fascista ma persone come noi che, anzi, al fascismo si oppongono. Il fascismo, ricordiamoci, abita la paura, e si annida anche in quel minimo di apprensione che si ha di fronte a chi non si conosce, perlomeno non ancora.
E qui torniamo al “A e non-A”: Come fa, chi si considera eroe, a comportarsi da vigliacco e, al contempo, a seminare paura? Mi rendo pienamente conto di trovarmi di fronte ad una triplice contraddizione, che non credo sia falsa o inspiegabile. Nietzsche si rigiri nella tomba almeno quanto lo ha fatto per i nazisti, ma è l’ideale del superuomo, pervaso da una volontà assoluta e forte in ogni situazione, che muove queste contraddizioni. Non è possibile essere sempre forti come non si può vivere trattenendo sempre il respiro. Se si sceglie un’ideale irraggiungibile, è implicito che bisogna fingere. Se esiste un postulato del fascismo che i fascisti stessi non confesserebbero mai, questo sarebbe l’americano “fake it ‘till you make it” – fai finta di esserlo fin quando non lo diventi; poco importa se questa finzione è cosciente o meno. Per gli americani è una strategia che funziona, soprattutto nell’ambito dell’autostima, ma se accompagnato a obiettivi limitati e raggiungibili. Nei fascisti, invece vi sarà sempre lo scarto potenziale fra l’apparire forti ed esserlo, perché non è possibile esserlo sempre ed è sull’ampliare e soprattutto mostrare questo scarto che la politica antifascista dovrebbe concentrarsi.
Nei tempi bui come lo è il nostro, fingere di essere forti funziona perché di fronte a paure collettive ci sentiamo tutti deboli. Chi appare forte ci da sicurezza perché trasmette la sensazione che tutto andrà bene se lo seguiamo. Nel momento in cui il fascista non è il più forte sulla piazza, la fedeltà dei deboli andrà altrove. Per questo, il fascista necessita di affermare e dimostrare la propria forza in ogni occasione propizia, anche quando l’avversario non rappresenta alcuna sfida oggettiva. Deve fare paura per sentirsi forte ed è anche per questo che uno dei modi tradizionali per combatterlo consiste nel far ridere. La risata disinnesca la paura, che è l’emozione principale sul quale il fascismo si basa. Le paure fasciste però si muovono, come abbiamo visto, su due livelli: le prime sono le paure collettive sulle quali fa leva per attrarre consensi, e le seconde sono le paure che il fascismo stesso incute (manganello e olio di ricino, per capirci) verso chi non riesce ad attrarre nella propria orbita. E’ bene ridere del fascista, del manganello e del ricino ma è ancora meglio, quando possibile, ridere delle paure sulle quali basa la propria mobilitazione. E’ solo in quest’ultimo modo che il fascista ci appare per ciò che è: un codardo che cerca di presentarsi come eroe.
“La politica è la continuazione della guerra con altri mezzi” scriveva Foucault parafrasando Clausewitz, e questa frase ben si applica all’antifascismo, che non riconosce al nemico la legittimità dell’esistenza politica. Come in ogni guerra, anche la politica antifascista dovrebbe puntare a isolare il nemico, e il modo più facile per ottenere tale isolamento è mostrare, ogniqualvolta possibile, la vera natura del fascista: uno che finge di essere un eroe, si comporta da vigliacco e vive nelle stesse paure che cerca poi di diffondere.
Molta comunicazione antifascista, verbale o meno, viene rivolta verso gli stessi fascisti, ma se consideriamo la politica come guerra arriveremo presto alla conclusione che tale rivolgersi è del tutto inutile. Non ci si dovrebbe rivolgere ai fascisti in quanto nemici e non ci si dovrebbe rivolgere a loro in quanto strutturalmente incapaci di accettare la ragione ed un altro punto di vista. Soprattutto, non ci si dovrebbe rivolgere a loro perché, con ogni probabilità, negheranno anche ogni evidenza di ciò che non gli conviene.
Fascisti convinti non sono facili da persuadere. Proprio perché si basano sull’ostentare la forza, non riconosceranno mai le proprie sconfitte e le proprie debolezze, se non come frutto di azioni sleali della parte avversaria. Questo grado di menzogna, anzitutto verso se stessi, ha come risultato una straordinaria tenacia. Ciò che non uccide, fortifica, e ogni fascista desidera essere forte. Il fascista è sprezzante del pericolo, il fascista disprezza il diverso, soprattutto il diverso etnico o nazionale, disprezza la ragione, i fatti e disprezza il nemico. Il disprezzo è utilissimo per compiere le violenze. Il disprezzo è un modo ulteriore per rafforzare la tenacia. Disprezzare fino a deumanizzare il nemico scavalca gli istinti morali perché la vittima non è proprio come noi. Ma il disprezzo conduce a sottovalutare, ed essere sottovalutati è un vantaggio strategico.
Non sono uno storico del fascismo e tanto meno della seconda guerra mondiale. Potrei persino concedere che l’importanza dei movimenti di resistenza al nazifascismo sia stata sopravvalutata nel secondo dopoguerra in quanto forniva le basi di legittimità ai nuovi stati su entrambi i lati della cortina di ferro. Tuttavia credo che i metodi di guerriglia siano stati efficaci contro i fascisti perché funzionavano non soltanto all’interno della logica militare tradizionale, nel vincolare più truppe nemiche possibili ad un determinato territorio rendendole indisponibili al fronte, ma anche all’interno di una logica politica, nel dimostrare che i fascisti non erano i più forti, o perlomeno che non erano invincibili come volevano rappresentarsi. In questo senso, forse verrebbe la pena esplorare la trasposizione delle tecniche di lotta partigiana nella “guerra con altri mezzi” che è, appunto, la politica antifascista. Disimpegnarsi, passare inosservati e scegliere il campo di battaglia sono tattiche che, con un pizzico di fantasia, possono essere trasferite sul terreno politico. Sono tattiche che necessitano, in chi le pratica, di essere consapevoli e persino di rivendicare la propria debolezza. E questo è un punto che talvolta sfugge a chi pratica l’antifascismo in politica. Rispondere colpo sul colpo è una strategia idealmente giusta ma dev’essere commisurata alle risorse disponibili. Le persone che si vogliono mobilitare dividono il proprio tempo fra uno o più lavori, la famiglia, e, se sono fortunati, gli svaghi, e non è detto che l’interesse per la politica prevalga sempre su tutte queste attività. Credo invece sia più importante seguire quello che Che Guevara definiva come il principio fondamentale della guerriglia: che nessuna battaglia, campagna o lotta dev’essere combattuta se non la si può vincere. E in questo senso, in politica molto più che in guerra, bisogna prestare molta attenzione alla definizione dei propri obiettivi, che siano limitati e raggiungibili.
Rispetto alla guerriglia, vi sono meno necessità. Non bisogna trovare armi e munizioni e l’alimentazione, di solito, non è un problema. In politica, sembrerebbe vi siano più esigenze. I principali teorici della guerriglia del secolo scorso, Mao Zedong e Che Guevara avvertivano però entrambi della necessità, per un movimento guerrigliero, di collegare la propria lotta con quelle che sono le esigenze della popolazione locale. Se le paure che il fascismo causa possono essere contrastate con la politica antifascista, lo stesso non sempre vale delle paure di cui il fascismo si nutre. La paura di perdere il lavoro, o di non trovarne un altro, la paura di non potersi adattare ai tempi che cambiano o di essere in qualche modo “inadeguati” nella società del presente o in quella futura, sono tutte paure reali, che difficilmente scompariranno con una risata. Nella migliore delle ipotesi, queste paure e i grandi temi che le sottintendono dovrebbero essere perlomeno affrontati, se non risolti, dalla politica elettorale. Di questi temi la politica antifascista può anche fornire una propria articolazione, sicuramente deve svincolare le paure dalla ricerca di capri espiatori, e forse può persino abbozzare qualche proposta di soluzione ma non può, e nemmeno deve, offrire soluzioni generali. Credo che sia fondamentale riconoscere i propri limiti, tanto nella vita quanto in politica.
Non a caso “oltre la morte” è uno slogan fascista. Esso implica il non riconoscere alcun limite, nemmeno quello fisiologico principale, nel nome di una presunta superiorità ideologica, “razziale”, di volontà, e di forza. Ma l’ostentare la forza non solo rende il fascista prevedibile, gli preclude anche una serie di comportamenti naturali, come il mostrarsi deboli o chiedere aiuto. Non è certo la più grave delle disumanità del fascismo ma sono sempre più convinto che è quella che ne sta all’origine. E allora, se si potesse sconfiggere, basterebbe uno specchio, di fronte al quale ogni fascista potrebbe capire che è soltanto umano.
Commenti
Posta un commento