Sul non accorgersi*
Gli psicologi dicono che la nostra coscienza sia composta da due elementi chiave: la concentrazione focalizzata e l’consapevolezza diffusa. La comparazione usata per spiegare la differenza fra questi elementi è quella con il campo visivo, periferico e centrale, dove la visione centrale discerne i dettagli, mentre il campo periferico registra soprattutto i movimenti e i grandi volumi che ci circondano. Allo stesso modo, concentrandoci o focalizzandoci su un problema, tendiamo a perdere di vista tutto ciò che non ci sembra rilevante al momento. Ora, mentre scrivo, presto poca attenzione alla stanza in cui mi trovo. Invece, uno che passeggia nel bosco tende ad essere molto più consapevole: degli odori, dei suoni e delle forme di un ambiente osservato nel suo insieme. Io, proprio per la natura della concentrazione, ho molte più probabilità di essere sorpreso da un forte rumore, anche se innocuo, di quante ne ha il camminatore di essere sorpreso da un animale selvatico, anche se pericoloso.
Fra me e il camminatore, però, anche lo stato d’animo diverge significativamente. Gli stessi psicologi dicono che fra lo studio e la depressione, al livello neuronale, non v’è poi sta grande differenza. In entrambi i casi la concentrazione è focalizzata su un singolo argomento; si tratti di una materia di studio o di un oggetto di ruminazione, poco importa. Solo che, nel caso della depressione, non si vede una via d’uscita. Il più delle volte, la via d’uscita ci rimane nascosta perché manca la consapevolezza del mondo nel suo insieme. A quel punto, non è una cattiva idea andare a fare una passeggiata nel bosco, perché lo stato d’animo della consapevolezza è associato ad una tranquillità interiore che, soprattutto nel caso della depressione, ci è venuta a mancare.
L’Europa dunque non riuscirebbe ad accorgersi dei pericoli che la minacciano perché è depressa?
Quello che più preoccupa l’osservatore con qualche conoscenza storica, è infatti il ripetersi del ciclo grande depressione – fascismo – guerra che portò alla distruzione del continente nella Seconda guerra mondiale. All’interno di questo ciclo, l’UE sembra infatti voler intervenire solo sul primo punto, ovvero risolvere la crisi economica. Vi sono poi agende più mirate, come quella sulla migrazione, ma la stessa Unione ha sempre rifiutato ad entrare in questioni che potevano essere definite troppo “politiche” specie verso i voleri elettorali dei singoli stati. In parte, l’Europa non riesce ad accorgersi della minaccia politica dell’estrema destra perché se pur se ne accorgesse, non avrebbe gli strumenti per intervenire.
L’Europa è circondata dalla guerra. Vi sono pochissimi stati nel Sud del Mondo in cui non v’è in corso qualche conflitto armato o un’emergenza umanitaria. Varie organizzazioni usano modi diversi per classificare i conflitti, dai criteri formali (la firma di trattati di pace) fino alla semplice conta dei morti, ma dal Marocco (dove decine di migliaia di profughi vivono ancora nei campi dagli anni settanta del secolo scorso) fino al Donbass (dove, comunque, nell’anno scorso, vi furono 288 morti) passando per i casi più conosciuti come la Siria (39.000 vittime nel 2017) e l’Afganistan (oltre 23.000 lo scorso anno), e quelli meno noti come Nigeria, Congo o Repubblica Centro-Africana (ciascuno con più di mille morti nel 2017), guardando la mappa delle guerre di oggi, l’UE sembra la Svizzera di una Terza guerra mondiale. E contrariamente a ciò che si poteva prevedere anche una ventina di anni fa, questa è una guerra di tutti contro tutti, senza chiare alleanze internazionali o motivazioni ideologiche ben delineate.
La crisi economica e la guerra diffusa sono due tratti caratterizzanti del mondo contemporaneo che probabilmente non troveranno soluzioni a breve. Tuttavia, v’è una significativa diversità rispetto al clima che accompagnò la nascita dei fascismi novecenteschi: viviamo nel mondo post-moderno. Come ho sentito di recente Guido Crainz sottolineare in una conferenza, il prefisso “post-“ indica la nostra coscienza di trovarci in un periodo diverso rispetto alla modernità dei secoli scorsi, senza però capire veramente quali sono i caratteri distintivi di questa nuova epoca. Nel mondo postmoderno, aggiungerei, v’è anche un rifiuto di capire. Viviamo in un mondo che riteniamo non solo troppo complesso per essere compreso ma anche troppo complesso per essere comprensibile. E la mancata capacità di previsione da parte dei vari esperti sembra confermare tale opinione. Dalla caduta del Muro di Berlino, all’attacco alle Torri Gemelle, fino alla crisi economica del 2007 e l’elezione di Trump come presidente USA, ci sembra stare in un luogo in cui le cose semplicemente accadono, senza lasciare possibilità alcuna di vederle arrivare. In alcuni casi, come la crisi del sub-prime, alcuni esperti, assieme alle autorità di controllo, si sono mostrati collusi con chi ha causato i problemi. In altri casi, sembra che semplicemente non se ne siano accorti. O no?
Non v’è scienza che produca oracoli. Previsioni ragionevoli a breve termine possono anche essere avanzate in alcune discipline, ma anche lì, è probabile che divergano da ricercatore a ricercatore a seconda delle variabili esaminate e, in fin dei conti, dalle inclinazioni della persona che svolge un determinato studio. Ad incrementare la nostra complessiva capacità di previsione è l’esistenza di diversi punti di vista messi al confronto, e di un buon clima di dibattito in cui le varie posizioni possono emergere. Per quasi tutti gli eventi sopracitati si possono infatti trovare esperti, analisti o commentatori che avevano capito in tempo ciò che stava per succedere. E’ dunque il nostro spazio di discussione ad essere in qualche modo viziato?
Certamente v’è anche del sensazionalismo nei media percui una notizia che “nessuno ha previsto” vende di più di un evento che si poteva prevedere, ma credo che le nostre discussioni siano viziate anche per dei motivi diversi. Nel mondo accademico, il passaggio dagli finanziamenti ordinari a quei straordinari, o per meglio intenderci, dai posti fissi al finanziamento dei singoli progetti di ricerca, ha avuto il grande merito di costringere al lavoro coloro che tenevano cattedre senza una vera passione per la materia, ma ha creato, oltre ad un esercito di precari, anche una severa restrizione dei luoghi di elaborazione del pensiero e delle tematiche che si possono analizzare. Per ottenere un finanziamento, il che spesso vuol dire mangiare, un ricercatore deve inserire i propri interessi entro delle linee guida del bando e diventare sempre più l’esecutore di un progetto e non colui che elabora un pensiero autonomo. L’accademia ha delegato il ragionamento sui grandi temi alle commissioni ministeriali, ad enti europei, ai finanziatori privati o alle poche decine di grandi università mondiali. Nella maggior parte dei casi, queste istituzioni fanno un buon lavoro, ma spazi ristretti implicano visioni più anguste e la probabilità di non accorgersi di temi rilevanti diventa sempre più alta. Quattro occhi vedono meglio che due, per dirla con parole più chiare. Vi si aggiunga a questo l’idea del postmodernismo come teoria di rifiutare tutte le teorie e la costruzione di una spiegazione, di un modello o di un’ipotesi sulla realtà che ci circonda diventa piuttosto difficile.
Fuori dall’accademia, la situazione è, se possibile, ancora peggiore:
“Chi avrebbe mai pensato – dice un aforisma anonimo su Facebook – che un giorno avremmo a disposizione uno strumento che ci dia l’accesso a tutto lo scibile umano e che l’avremmo usato per condividere foto di gattini?”
“Molti mici, molto onore” – recita un altro meme, che ritrae il Duce, a petto nudo, circondato da gatti.
I filtri di ricerca su Google e su Facebook, la “interattività” di molte nostre applicazioni ci fanno chiudere sempre più in bolle informatiche, ciascuno nella sua. La realtà diventa soltanto la mia realtà, ciò che io voglio leggere, sentire o vedere. L’altro essere umano, per forza e per fortuna fatto anche di cose che non ci piacciono, diventa una seccante distrazione rispetto ad un mondo costruito su misura. Da qui, il passaggio al più classico fascista “Me ne frego”, è piuttosto breve.
L’immigrato, senza badare che sia profugo o meno, è un simbolo nel quale si sublimano tutti questi problemi: è povero come noi lo stiamo sempre più diventando, viene dalla guerra e forse ce la porta, come sospetto terrorista o per qualche sorta di contagio magico, ed è una sgradevole irruzione di qualcosa di estraneo in una realtà che ci siamo costruiti con cura. Sia chiaro che noi non vogliamo risolvere i problemi, vogliamo solo che scompaiano le loro più seccanti manifestazioni. In questo, il nuovo fascismo ci offre una elegante soluzione: se gli esperti non capiscono, sapere non serve. Affidiamoci a chi si propone di tagliare la punta di ogni iceberg sulla nostra rotta di navigazione che tanto poi, in qualche modo, si passa lo stesso.
In seguito alla crisi precedente, quella petrolifera del 1979, un bel gruppetto di persone importanti, guidate dall’ex-cancelliere tedesco Willy Brandt, si mise a discutere sulle crescenti diseguaglianze fra il Nord e il Sud del pianeta, pubblicando un rapporto, nel 1980, in cui si sosteneva la necessità di massicci investimenti nei paesi del Terzo mondo da parte di nazioni più ricche. Tali investimenti, continuava il Rapporto Brandt, avrebbero contenuto le spinte inflazionistiche nel Nord aiutando i paesi più poveri e, a medio termine, l’economia mondiale nel suo complesso ne avrebbe tratto ampi benefici. L’ammontare degli investimenti fu calcolato a quattro miliardi di dollari (del 1980) all’anno per un periodo di circa vent’anni. Di anni, da allora, ne sono passati trentasette.
Non sono un economista e su internet non sono riuscito a trovare (forse per i filtri di cui si parlava prima) delle buone contestazioni e critiche delle tesi espresse in questo rapporto, ufficialmente chiamato “Nord-Sud. Un programma per la sopravvivenza”. Ma portarlo qui all’attenzione mi sembra smorzare la cinica proposta del “aiutarli a casa loro” con la consapevolezza che, chiusi fra le quattro mura di casa nostra, i nostri problemi forse non saremo in grado di risolverli. A questo punto, chiaramente, dovrei raccomandare all’Europa di andare a farsi un giro per i boschi ma, se si buttano via tutte le mappe e le cartine, anche questo diventa un esercizio pericoloso.
__________________________________________________
*Questo testo fa parte del progetto "Edinost" di Alessio Mazzaro. Ogni numero risponde alla domanda posta nel numero precedente. In questo caso, la domanda di Mauro Tabor era: "Purtroppo l’Europa sembra non volersi accorgere del vento nero che monta, cosa possiamo fare per non far ripetere ciò che le generazioni che ci hanno preceduto hanno purtroppo vissuto sulla loro pelle?" e il tema del numero (che sarà presentato il 18 dicembre) è "Mappa/e".
Fra me e il camminatore, però, anche lo stato d’animo diverge significativamente. Gli stessi psicologi dicono che fra lo studio e la depressione, al livello neuronale, non v’è poi sta grande differenza. In entrambi i casi la concentrazione è focalizzata su un singolo argomento; si tratti di una materia di studio o di un oggetto di ruminazione, poco importa. Solo che, nel caso della depressione, non si vede una via d’uscita. Il più delle volte, la via d’uscita ci rimane nascosta perché manca la consapevolezza del mondo nel suo insieme. A quel punto, non è una cattiva idea andare a fare una passeggiata nel bosco, perché lo stato d’animo della consapevolezza è associato ad una tranquillità interiore che, soprattutto nel caso della depressione, ci è venuta a mancare.
L’Europa dunque non riuscirebbe ad accorgersi dei pericoli che la minacciano perché è depressa?
Quello che più preoccupa l’osservatore con qualche conoscenza storica, è infatti il ripetersi del ciclo grande depressione – fascismo – guerra che portò alla distruzione del continente nella Seconda guerra mondiale. All’interno di questo ciclo, l’UE sembra infatti voler intervenire solo sul primo punto, ovvero risolvere la crisi economica. Vi sono poi agende più mirate, come quella sulla migrazione, ma la stessa Unione ha sempre rifiutato ad entrare in questioni che potevano essere definite troppo “politiche” specie verso i voleri elettorali dei singoli stati. In parte, l’Europa non riesce ad accorgersi della minaccia politica dell’estrema destra perché se pur se ne accorgesse, non avrebbe gli strumenti per intervenire.
L’Europa è circondata dalla guerra. Vi sono pochissimi stati nel Sud del Mondo in cui non v’è in corso qualche conflitto armato o un’emergenza umanitaria. Varie organizzazioni usano modi diversi per classificare i conflitti, dai criteri formali (la firma di trattati di pace) fino alla semplice conta dei morti, ma dal Marocco (dove decine di migliaia di profughi vivono ancora nei campi dagli anni settanta del secolo scorso) fino al Donbass (dove, comunque, nell’anno scorso, vi furono 288 morti) passando per i casi più conosciuti come la Siria (39.000 vittime nel 2017) e l’Afganistan (oltre 23.000 lo scorso anno), e quelli meno noti come Nigeria, Congo o Repubblica Centro-Africana (ciascuno con più di mille morti nel 2017), guardando la mappa delle guerre di oggi, l’UE sembra la Svizzera di una Terza guerra mondiale. E contrariamente a ciò che si poteva prevedere anche una ventina di anni fa, questa è una guerra di tutti contro tutti, senza chiare alleanze internazionali o motivazioni ideologiche ben delineate.
La crisi economica e la guerra diffusa sono due tratti caratterizzanti del mondo contemporaneo che probabilmente non troveranno soluzioni a breve. Tuttavia, v’è una significativa diversità rispetto al clima che accompagnò la nascita dei fascismi novecenteschi: viviamo nel mondo post-moderno. Come ho sentito di recente Guido Crainz sottolineare in una conferenza, il prefisso “post-“ indica la nostra coscienza di trovarci in un periodo diverso rispetto alla modernità dei secoli scorsi, senza però capire veramente quali sono i caratteri distintivi di questa nuova epoca. Nel mondo postmoderno, aggiungerei, v’è anche un rifiuto di capire. Viviamo in un mondo che riteniamo non solo troppo complesso per essere compreso ma anche troppo complesso per essere comprensibile. E la mancata capacità di previsione da parte dei vari esperti sembra confermare tale opinione. Dalla caduta del Muro di Berlino, all’attacco alle Torri Gemelle, fino alla crisi economica del 2007 e l’elezione di Trump come presidente USA, ci sembra stare in un luogo in cui le cose semplicemente accadono, senza lasciare possibilità alcuna di vederle arrivare. In alcuni casi, come la crisi del sub-prime, alcuni esperti, assieme alle autorità di controllo, si sono mostrati collusi con chi ha causato i problemi. In altri casi, sembra che semplicemente non se ne siano accorti. O no?
Non v’è scienza che produca oracoli. Previsioni ragionevoli a breve termine possono anche essere avanzate in alcune discipline, ma anche lì, è probabile che divergano da ricercatore a ricercatore a seconda delle variabili esaminate e, in fin dei conti, dalle inclinazioni della persona che svolge un determinato studio. Ad incrementare la nostra complessiva capacità di previsione è l’esistenza di diversi punti di vista messi al confronto, e di un buon clima di dibattito in cui le varie posizioni possono emergere. Per quasi tutti gli eventi sopracitati si possono infatti trovare esperti, analisti o commentatori che avevano capito in tempo ciò che stava per succedere. E’ dunque il nostro spazio di discussione ad essere in qualche modo viziato?
Certamente v’è anche del sensazionalismo nei media percui una notizia che “nessuno ha previsto” vende di più di un evento che si poteva prevedere, ma credo che le nostre discussioni siano viziate anche per dei motivi diversi. Nel mondo accademico, il passaggio dagli finanziamenti ordinari a quei straordinari, o per meglio intenderci, dai posti fissi al finanziamento dei singoli progetti di ricerca, ha avuto il grande merito di costringere al lavoro coloro che tenevano cattedre senza una vera passione per la materia, ma ha creato, oltre ad un esercito di precari, anche una severa restrizione dei luoghi di elaborazione del pensiero e delle tematiche che si possono analizzare. Per ottenere un finanziamento, il che spesso vuol dire mangiare, un ricercatore deve inserire i propri interessi entro delle linee guida del bando e diventare sempre più l’esecutore di un progetto e non colui che elabora un pensiero autonomo. L’accademia ha delegato il ragionamento sui grandi temi alle commissioni ministeriali, ad enti europei, ai finanziatori privati o alle poche decine di grandi università mondiali. Nella maggior parte dei casi, queste istituzioni fanno un buon lavoro, ma spazi ristretti implicano visioni più anguste e la probabilità di non accorgersi di temi rilevanti diventa sempre più alta. Quattro occhi vedono meglio che due, per dirla con parole più chiare. Vi si aggiunga a questo l’idea del postmodernismo come teoria di rifiutare tutte le teorie e la costruzione di una spiegazione, di un modello o di un’ipotesi sulla realtà che ci circonda diventa piuttosto difficile.
Fuori dall’accademia, la situazione è, se possibile, ancora peggiore:
“Chi avrebbe mai pensato – dice un aforisma anonimo su Facebook – che un giorno avremmo a disposizione uno strumento che ci dia l’accesso a tutto lo scibile umano e che l’avremmo usato per condividere foto di gattini?”
“Molti mici, molto onore” – recita un altro meme, che ritrae il Duce, a petto nudo, circondato da gatti.
I filtri di ricerca su Google e su Facebook, la “interattività” di molte nostre applicazioni ci fanno chiudere sempre più in bolle informatiche, ciascuno nella sua. La realtà diventa soltanto la mia realtà, ciò che io voglio leggere, sentire o vedere. L’altro essere umano, per forza e per fortuna fatto anche di cose che non ci piacciono, diventa una seccante distrazione rispetto ad un mondo costruito su misura. Da qui, il passaggio al più classico fascista “Me ne frego”, è piuttosto breve.
L’immigrato, senza badare che sia profugo o meno, è un simbolo nel quale si sublimano tutti questi problemi: è povero come noi lo stiamo sempre più diventando, viene dalla guerra e forse ce la porta, come sospetto terrorista o per qualche sorta di contagio magico, ed è una sgradevole irruzione di qualcosa di estraneo in una realtà che ci siamo costruiti con cura. Sia chiaro che noi non vogliamo risolvere i problemi, vogliamo solo che scompaiano le loro più seccanti manifestazioni. In questo, il nuovo fascismo ci offre una elegante soluzione: se gli esperti non capiscono, sapere non serve. Affidiamoci a chi si propone di tagliare la punta di ogni iceberg sulla nostra rotta di navigazione che tanto poi, in qualche modo, si passa lo stesso.
In seguito alla crisi precedente, quella petrolifera del 1979, un bel gruppetto di persone importanti, guidate dall’ex-cancelliere tedesco Willy Brandt, si mise a discutere sulle crescenti diseguaglianze fra il Nord e il Sud del pianeta, pubblicando un rapporto, nel 1980, in cui si sosteneva la necessità di massicci investimenti nei paesi del Terzo mondo da parte di nazioni più ricche. Tali investimenti, continuava il Rapporto Brandt, avrebbero contenuto le spinte inflazionistiche nel Nord aiutando i paesi più poveri e, a medio termine, l’economia mondiale nel suo complesso ne avrebbe tratto ampi benefici. L’ammontare degli investimenti fu calcolato a quattro miliardi di dollari (del 1980) all’anno per un periodo di circa vent’anni. Di anni, da allora, ne sono passati trentasette.
Non sono un economista e su internet non sono riuscito a trovare (forse per i filtri di cui si parlava prima) delle buone contestazioni e critiche delle tesi espresse in questo rapporto, ufficialmente chiamato “Nord-Sud. Un programma per la sopravvivenza”. Ma portarlo qui all’attenzione mi sembra smorzare la cinica proposta del “aiutarli a casa loro” con la consapevolezza che, chiusi fra le quattro mura di casa nostra, i nostri problemi forse non saremo in grado di risolverli. A questo punto, chiaramente, dovrei raccomandare all’Europa di andare a farsi un giro per i boschi ma, se si buttano via tutte le mappe e le cartine, anche questo diventa un esercizio pericoloso.
__________________________________________________
*Questo testo fa parte del progetto "Edinost" di Alessio Mazzaro. Ogni numero risponde alla domanda posta nel numero precedente. In questo caso, la domanda di Mauro Tabor era: "Purtroppo l’Europa sembra non volersi accorgere del vento nero che monta, cosa possiamo fare per non far ripetere ciò che le generazioni che ci hanno preceduto hanno purtroppo vissuto sulla loro pelle?" e il tema del numero (che sarà presentato il 18 dicembre) è "Mappa/e".
Commenti
Posta un commento